“Accattone”: il cinema degli esclusi

In una Roma che non conosce “dolci vite”, Accattone porta sullo schermo quel sottoproletariato che Pasolini vede rapidamente morire, inghiottito nel gorgo profondo del qualunquismo, del conformismo borghese di una città che va conoscendo il suo lato disumanizzante.

Fotogramma dal film di Pier Paolo Pasolini “Accattone”, 1961 Directed by Pier Paolo Pasolini Shown: Franco Citti
Fotogramma dal film di Pier Paolo Pasolini “Accattone”, 1961

Le borgate, a Roma, non esistono più. Ci sono le periferie, quei grandi agglomerati urbani sorti ai margini della vita pulsante, quegli immensi paradisi dei palazzinari nati da una colata di cemento figlia della speculazione edilizia rampante, con un palazzo di quattro piani affiancato da un casermone che ne conta quindici, duecento famiglie, volti sconosciuti.

L’Italia del boom economico ha prodotto benessere e appiattimento sociale, il sogno del “vorrei ma non posso” ha dato vita a una pseudo-borghesia cieca e del tutto arida, che considera la tv al plasma come lo status symbol volto a segnare una linea di demarcazione: normalità e anomalia, dentro e fuori.

Quello a cui assistiamo oggi è lo strascico infinito dell’appiattimento prodotto dal benessere sociale ipocrita degli anni Sessanta, quello dell’Italia che iniziava a lavare i panni sporchi in casa propria lasciando quelli degli altri – gli esclusi – a marcire sul pavimento sporco di una baracca, in mezzo al nulla, ai margini della periferia e della vita.

La stessa periferia disastrata di allora – e che oggi, dopo l’espansione scellerata, è diventata semi-centro – è il teatro delle vicende dei Ragazzi di vita cinematografici, quegli emarginati che solo Pier Paolo Pasolini ha saputo raccontare, simboli di una Roma ancora bonaria che non conosce Dolci vite ma si muove tra Casilina, Portuense, Acqua Santa, Testaccio, Pigneto e Centocelle. Accattone (1961) segna l’esordio sul grande schermo del poeta di Casarsa, ma al contempo è ulteriore riflessione sul bene e sul male, sul margine di scelta tra essi lasciato al sottoproletariato.

Il protagonista Vittorio (Franco Citti) è un miscuglio di inerzia e piccola criminalità, è l’emblema dell’esclusione dalla vita sociale e politica oltre che dai meccanismi umani che lo circondano. È il classico fannullone di borgata che si fa mantenere da una donna (di strada), che quando finisce in carcere smette di dar da mangiare anche a lui, il quale piuttosto che cercare un lavoro vive d’inedia e delinquenza, senza risalire dal baratro nemmeno per amore di Stella (Franca Pasut).

I destini incrociati dei personaggi-esclusi si muovono sullo sfondo dell’Italietta borghese, quella che rasentò il linciaggio del film a causa dei temi trattati (sfruttamento della prostituzione e degrado) e condannò all’ostracismo perenne uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Il perbenismo tipicamente nostrano trovava sconveniente l’umana solidarietà mostrata da Pasolini nella sua opera, l’idea che non si nascondesse sotto il tappeto la sporcizia dell’indegno, dell’invisibile agli occhi spenti della borghesia.

Vittorio Cataldi detto Accattone è quanto di più lontano possa esserci dalla facciata (in)stabile dei santi valori. È ignorante, arrabbiato, “magnaccia” e parassita. Vaga come un’anima in pena in una Roma disastrata e lontana dai salotti, ha dietro di sé un simbolo, un richiamo cristologico che Pasolini nasconde su un ponte, in una statua, dietro a una strada abbandonata da Dio.

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